
È stata smascherata, grazie alle indagini condotte dagli investigatori della Guardia di Finanza di Pomezia coordinate dalla Procura di Velletri, un’organizzazione dedita ad un giro di pratiche illegali per la regolarizzazione di oltre 500 extracomunitari.
Il sodalizio, guidato da soggetti di nazionalità indiana, proiettava le sue attività nelle zone di Ardea, Anzio e Nettuno“regolarizzando” apparentemente – a pagamento con tariffe dai 300 ai 5000 euro – donne e braccianti impiegati nei campi dell’Agro Pontino; questi ultimi inoltre venivano drogati con oppiacei per sopportare le innumerevoli ore di lavoro.
L’attività criminale, secondo le indagini, veniva svolta con il beneplacito di un dipendente comunale del comune di Ardea. In tutto sono 25 le persone indagate, tra queste 5 arresti; le accuse pendenti a loro carico sono di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, corruzione e traffico di stupefacenti.
Questo caso si aggiunge agli innumerevoli fascicoli aperti dalle procure del Lazio contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro agricolo. Pressappoco un mese fa, l’Italia e conseguentemente molte sigle sindacali e associazioni, furono sconvolte e dedite a proteste per ricordare la morte del bracciante agricolo Satnam Singh, lasciato morire nei campi di Latina, e per far in modo che ci sia una risposta forte, da parte delle Istituzioni, contro forme di lavoro illegali.
Nel nostro Paese, secondo i dati della Fondazione l’Altro Diritto riportate dal quotidiano Domani, il settore agricolo è il comparto produttivo più coinvolto a inchieste e indagini delle procure, per sfruttamento dei luoghi di lavoro. Spesso i braccianti non regolari hanno posizioni lavorative precarie, nessuna garanzia di contratto e retribuzioni minime. Inoltre, i campi nei quali vengono impiegati versano in condizioni igieniche e di sicurezza scarse, se non del tutto assenti.
Un rapporto di Save the Children mostra che, nel 2021, gli occupati irregolari nel settore agricolo in Italia erano 230mila, con una massiccia presenza di stranieri non residenti e un numero consistente di donne coinvolte, circa 55mila.
Per sradicare il fenomeno del caporalato e dell’occupazione irregolare, serve la volontà di intervenire, anzitutto, sulle norme che oggi si occupano della regolarizzazione dei migranti. La rigidità della legge Bossi-Fini – normativa che disciplina l’immigrazione – dovuta al dimezzarsi della durata del permesso di soggiorno e allo stretto legame tra contratto di lavoro e ingresso e permanenza nel paese, non ha fatto altro che alimentare ciò che si era prefissata di contrastare, l’irregolarità.