Da pochissimo tempo il nostro Comune ha dato la propria adesione al comitato promotore del “Biodistretto litorale Roma Sud”; ma cos’è un biodistretto?
Secondo la definizione dell’AIAB (Associazione italiana Agricoltura Biologica) “Un biodistretto è un’area geografica naturalmente vocata al biologico nella quale i diversi attori del territorio (agricoltori, privati cittadini, associazioni, operatori turistici e pubbliche amministrazioni) stringono un accordo per la gestione sostenibile delle risorse, puntando su produzioni biologiche che coinvolgono tutti gli anelli delle filiere fino al consumo.
Il biodistretto, in sintesi, è un patto per lo sviluppo green del territorio, sottoscritto dai produttori biologici, dalle amministrazioni locali e da ambiti della società civile coinvolta”.
Anche il Comune di Pomezia – nella delibera nella quale sigla la collaborazione tra l’ente e il comitato promotore del biodistretto – parla di “sviluppo sostenibile” e “sostenibilità ambientale”, ma tutte queste parole saranno confermate dal mondo scientifico? Il BIO si trova sulla via della sostenibilità ambientale o è semplicemente la sintesi di una correlazione – semplicistica – tra natura e “bene”?
Partiamo con il dire che la definizione di “biologico” ci dà una certificazione del processo produttivo, non di qualità del prodotto stesso, disciplina gli aspetti commerciali ma non quelli sanitari.
Il dato fondamentale da cui dobbiamo partire per analizzare questo fenomeno, nel modo più corretto, è il dato della crescita della popolazione mondiale.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione mondiale crescerà fino al 2080 quando si raggiungerà un picco di quasi 11 miliardi di persone.
La domanda centrale resta la seguente: come faremo a sfamare tutta la popolazione?

Il pilastro all’interno di questa questione sarà la produttività: per sfamare 11 miliardi di persone dobbiamo essere capaci di migliorare, in maniera netta, la produttività del nostro sistema agricolo.
Tutti i dati ci indicano che, con la stessa area di superficie coltivata, l’agricoltura biologica produce meno cibo di quella tradizionale (e di quella innovativa 4.0) e, contemporaneamente, ha maggiore impatto ambientale.
Un ottimo esempio che possiamo mettere al centro della nostra discussione è un articolo su Nature Communication [1], questo studio si chiede che cosa succederebbe se entro il 2050 tutta la produzione agricola diventasse biologica.
Secondo lo studio, ci sarebbe stato un aumento del consumo di suolo del 16-33%, della deforestazione dell’8-15%, delle emissioni di gas serra dell’8-12% e del consumo d’acqua del 60%.
Questo studio ci mostra non solo come l’agricoltura biologica produca di meno, ma anche di come aumenti di conseguenza il consumo di suolo, la deforestazione e le emissioni di gas serra.
L’altra forte argomentazione che viene portata avanti a favore del BIO è quella secondo la quale questi prodotti siano “meno velenosi”.
Ma, dal punto di vista scientifico, non c’è alcun motivo biochimico per cui un pesticida “naturale” dovrebbe avere effetti diversi da uno sintetizzato in laboratorio (ricordiamo che il 99,99%, in peso, dei pesticidi esistenti al mondo sono biologici [2]).
Inoltre, le possibili sostanze nocive contenute nei prodotti non BIO sono già ampiamente sotto le soglie minime di sicurezza (il tutto è garantito dall’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha sede a Parma).

Insomma, tirando i conti, possiamo dire che l’agricoltura biologica non è la soluzione al cambiamento climatico.
A causa della sua bassa produttività – come mostrato nel primo studio – aumentano i costi di produzione, il consumo di risorse ed energia e si inquina di più rispetto alle tecniche produttive più moderne.
La lotta al cambiamento climatico ha una sola soluzione: l’approccio tecnologico e innovativo, lo sfruttamento di metodi e tecnologie all’avanguardia, come l’agricoltura di precisione.