2 giugno: ottant’anni dopo, cosa stiamo costruendo?

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2 giugno: ottant’anni dopo, cosa stiamo costruendo? Il 2 giugno l’Italia celebra la Festa della Repubblica, ricorrenza che rappresenta la nascita dell’Italia democratica contemporanea. Eppure, rispetto ad altre date simboliche della nostra storia nazionale, il 2 giugno continua a suscitare meno partecipazione emotiva e meno senso di appartenenza collettiva.

Se in Francia abbiamo il 14 luglio e negli Stati Uniti il 4 luglio come feste nazionali capaci di incarnare l’identità collettiva del popolo, in Italia la memoria pubblica si è storicamente divisa tra il 25 aprile e il 4 novembre, relegando il 2 giugno a una posizione più marginale. Definito dallo storico Flores come momento “notarile” della nascita della Repubblica, il significato politico e morale della nuova Italia veniva associato soprattutto alla Liberazione dal fascismo del 25 aprile.

Eppure il 2 giugno non è soltanto una data istituzionale. È il giorno in cui gli italiani scelsero democraticamente quale forma dare al proprio Stato dopo vent’anni di dittatura fascista e una guerra mondiale: il giorno in cui la sovranità passò dalla mano della monarchia alle mani del popolo.

Il referendum del 1946

Il 2 giugno 1946 l’Italia era un Paese distrutto, con un’economia devastata, in cui le ferite lasciate da 20 anni di fascismo erano ancora evidenti.

In quel contesto si svolse il referendum istituzionale che chiamò gli italiani a scegliere tra monarchia e repubblica. La Repubblica ottenne circa il 54% dei voti contro il 46% della Monarchia, ma il Paese apparve profondamente diviso: il Nord prevalentemente repubblicano e il Sud maggiormente favorevole alla corona.

La vittoria repubblicana segnò la fine della dinastia sabauda. Umberto II lasciò l’Italia e la successiva Costituzione sancì simbolicamente e sostanzialmente la rottura con il passato monarchico, vietando agli ex sovrani di Casa Savoia e ai loro discendenti maschi l’ingresso nel territorio nazionale.

La scelta repubblicana rappresentò molto più di un cambio di forma istituzionale: fu l’affermazione del principio secondo cui la sovranità appartiene al popolo, non a una famiglia regnante o una singola classe sociale.

Il primo voto delle donne: le Madri Costituenti

Celebrare gli ottant’anni della nostra Repubblica significa ricordare anche un altro fondamentale passaggio della storia democratica italiana: ottant’anni fa per la prima volta, milioni di donne parteciparono a una consultazione politica nazionale, contribuendo a determinare il futuro del Paese.

Ma non si fermarono solo alle consultazioni. Ventuno donne entrarono nell’Assemblea Costituente. Poche rispetto ai 556 membri complessivi, ma il loro ruolo di “Madri Costituenti” fu determinante per l’Italia come la conosciamo oggi. Grazie al loro contributo furono introdotti principi fondamentali quali la parità giuridica tra uomini e donne, la tutela della maternità, il riconoscimento della dignità del lavoro femminile e il principio di uguaglianza come sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

Il 25 aprile, il 4 novembre e il 2 giugno: tre memorie diverse

La differenza tra le tre principali feste civili italiane è profonda e significativa.

Il 25 aprile celebra la Liberazione dal nazifascismo e rappresenta il fondamento antifascista della Repubblica. Esso è stato storicamente percepito come la festa dell’antifascismo e della Resistenza, particolarmente sentita dalle forze politiche che si riconoscevano nella tradizione resistenziale.

Il 4 novembre, anniversario della Vittoria nella Prima guerra mondiale, celebra invece il completamento dell’unità nazionale e la continuità dello Stato italiano. Per decenni ha rappresentato la memoria delle Forze Armate e del sacrificio dei caduti, assumendo spesso una connotazione patriottico-militare, creando numerosi tensioni tra la destra istituzionale e l’estrema desta neofascista.

Il 2 giugno dovrebbe invece rappresentare qualcosa di diverso: non una vittoria militare e neppure soltanto la fine di una dittatura, ma la nascita della democrazia costituzionale italiana attraverso la volontà popolare. Proprio questa peculiarità avrebbe dovuto trasformarla nella principale festa civile italiana.

La Costituzione: promessa, non fotografia

La Costituzione italiana non descrive in maniera plastica l’Italia del 1948. Descrive l’Italia che i Costituenti volevano costruire.

L’articolo 1 afferma che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. L’articolo 3, principio di eguaglianza formale e sostanziale, impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza dei cittadini. Questi principi non erano la fotografia di un Paese già giusto ed eguale, ma un programma politico e morale. La Repubblica non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una costruzione permanente.

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica molte delle promesse contenute nella Costituzione restano aperte.

Secondo gli ultimi dati ISTAT, quasi sei milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. mentre circa il 10,2% degli occupati nella fascia 18-64 si trova a rischio di povertà lavorativa. In un Paese che si dichiara al suo primo articolo come fondato sul lavoro, milioni di cittadini continuano a sperimentare precarietà economica ed esclusione sociale.

Anche il tema dell’eguaglianza femminile rimane centrale. L’Italia continua a registrare uno dei tassi di occupazione femminile più bassi dell’Unione Europea e il divario retributivo tra uomini e donne resta significativo. Il tasso di occupazione delle donne in Italia si attesta attorno al 53,3% – 53,8% nella fascia d’età 15-64 anni, con un divario di oltre 12-13 punti percentuali rispetto alla media dell’UE e un “gender gap” (differenza tra il tasso di occupazione maschile e femminile) che supera i 18 punti percentuali, il più ampio dell’Unione.

Sul piano dei diritti civili rimane aperto il dibattito relativo alla cittadinanza. Molti giovani nati o cresciuti in Italia, anche se integrati nella società italiana, incontrano non pochi ostacoli per ottenere il riconoscimento formale della cittadinanza, mentre grazie al principio dello ius sanguinis discendenti di emigrati italiani residenti all’estero hanno acquisito facilmente la cittadinanza pur senza aver mai vissuto nel Paese.

I contestatori del 2 Giugno

Non tutti gli esponenti politici italiani hanno considerato il 2 giugno come una festa da celebrare. In particolare, una parte della tradizione politica leghista ha espresso posizioni molto critiche nei confronti della Festa della Repubblica, ritenendola una celebrazione lontana.

Umberto Bossi: Il fondatore della Lega Nord per anni mantenne un atteggiamento ostile verso le celebrazioni nazionali legate all’unità italiana e alla Repubblica. Nella fase più secessionista della Lega, il 2 giugno veniva spesso considerato una ricorrenza estranea all’identità politica del movimento, che privilegiava simboli e ricorrenze legate alla cosiddetta “Padania”.

Matteo Salvini: prima della trasformazione della Lega in partito nazionale, anche Matteo Salvini assunse posizioni molto dure contro il 2 giugno. Nel 2013 dichiarò sui propri canali social: “Notte serena Amici, oggi non c’è un c..o da festeggiare”. Nel 2016 dichiarò a Radio24:«Non capisco cosa c’è da festeggiare. É una festa della Repubblica invasa e disoccupata. Con 4 milioni di italiani disoccupati ed un milione e mezzo di bimbi sotto la soglia della povertà, cosa c’è da festeggiare? Sarebbe da abolire». Nel 2017 invitò inoltre sindaci e amministratori leghisti a tenersi lontani dalle celebrazioni ufficiali, sostenendo che «in questo Paese c’è davvero poco da festeggiare». La posizione di Salvini è successivamente cambiata dopo la trasformazione della Lega in forza politica nazionale, partecipando regolarmente alle celebrazioni del 2 giugno, definendola la festa della Repubblica e degli italiani.

La Repubblica come compito incompiuto

Ottant’anni dopo il referendum del 1946, la Festa della Repubblica continua a porci una domanda: cosa ne stiamo facendo del progetto affidatoci dai Costituenti?

Il 2 giugno non è soltanto una celebrazione istituzionale, una parata militare o una giornata di riposo sul calendario. È il giorno in cui milioni di italiani decisero che il potere dovesse appartenere al popolo. È il giorno in cui milioni di donne entrarono per la prima volta a far parte della vita politica nazionale. È il giorno in cui un Paese uscito dalle macerie del fascismo scelse di affidarsi alla democrazia anziché all’autoritarismo.

La Repubblica non sono solo le sue istituzioni: ma la condizione concreta dei suoi cittadini. Si esprime nella possibilità di trovare un lavoro dignitoso, di studiare indipendentemente dal reddito familiare, di non essere discriminati per il proprio sesso o la propria origine, di poter esprimere liberamente le proprie idee e di partecipare alla vita pubblica.

Per questo il 2 giugno non dovrebbe essere una festa dell’autocompiacimento nazionalistico, ma una giornata di verifica collettiva. Un promemoria annuale per misurare la distanza tra i principi scritti nella nostra Costituzione e la realtà quotidiana di chi vive nel Bel Paese.

Gian Mario Mazzola
Gian Mario Mazzola
19 anni. Studente di Giurisprudenza presso l'università La Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e letteratura. Mi occupo di politica locale, nazionale e di approfondimenti sul nostro passato politico.

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