La Lega Calcio contro la pirateria o contro l’internet libero?

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Il contesto

Se fino a qualche anno fa ad un appassionato di calcio bastava un solo abbonamento per seguire la sua squadra, oggi non è più così semplice. Con ben 3 diversi servizi che si dividono i diritti Serie A e Champions League, seguire gli eventi sportivi diventa più complesso e costoso. Se poi aggiungiamo che i diritti per la prossima stagione di Serie A sono stati venduti alla cifra record di 900 milioni l’anno, diventa evidente che i tifosi avranno spese ancora maggiori. In un contesto di questo tipo, per la difficoltà e per il costo, la proliferazione della pirateria è inevitabile.

Il Pezzotto che fu

Il metodo principale con cui si faceva pirateria degli eventi sportivi era con le numerose varianti di “Pezzotto”. Questo dispositivo era un semplice TV box con Android, che riceveva il video in streaming delle partite dai “fornitori” dell’abbonamento illegale. Il modo in cui le organizzazioni criminali, spesso mafiose, trasmettevano le partite era attraverso l’acquisto di abbonamenti alla pay TV con dei prestanomi e, partendo da quei flussi video decriptati, trasmettevano ai “clienti”.

I limiti del Pezzotto 

Il sistema del Pezzotto era con facilità bloccabile dalle stesse pay TV o dalla magistratura con diverse tecniche, ad esempio utilizzando un codice univoco nel video che identificava il cliente, permettendo facilmente di riconoscere e bloccare gli abbonamenti con i prestanome. Oltretutto, la grande quantità di dati che veniva trasmessa, spesso da pochi server, rendeva più facile per le forze dell’ordine identificare le organizzazioni criminali. Difatti le retate non sono mancate e spesso, visti i metodi rudimentali, oltre alle organizzazioni venivano identificati dalla polizia anche gli abbonati a questi servizi.

La nuove legge

All’unanimità al Senato è stata approvata una legge che dà il potere alla Lega Calcio, una società privata, di pretendere di bloccare gli IP, ossia gli “indirizzi” dei dispositivi in rete, che secondo loro trasmettono contenuti illegali entro 30 minuti dalla segnalazione, senza passare dalla magistratura – come in passato – e dando solo ad AGCOM, l’autorità garante delle telecomunicazioni, il dovere di mettere in piedi la piattaforma per la segnalazione degli IP agli operatori telefonici (es. TIM, FASTWEB), i quali materialmente bloccheranno gli IP. 

Grandi poteri, grandi (ir)responsabilità

Per quanto sembri una questione meramente tecnica, dare la possibilità ad una società privata di bloccare interi pezzi di internet (gli indirizzi IP vengono spesso usati da più dispositivi contemporaneamente) senza passare da un giudice pone un rischio importante per la libertà e per l’affidabilità di internet. È molto probabile, visti anche i tempi strettissimi, che insieme ai servizi di streaming illegale vengano bloccati anche servizi leciti che però si

trovano a condividere lo stesso indirizzo IP.  Ciò porterebbe al blocco istantaneo dei servizi legali e potenzialmente essenziali al funzionamento della nostra vita quotidiana, ma anche della pubblica amministrazione o del settore privato, per cui i danni provocati sarebbero incalcolabili.

Una lotta con le armi sbagliate

Per quanto sia comprensibile per la Lega Calcio il voler tutelare i propri diritti televisivi, lo strumento che gli è stato dato è eccessivo per lo scavalcamento della magistratura. Ormai il Pezzotto è superato e già gli strumenti precedenti riuscivano a contrastarlo, mentre la nuova pirateria si basa su meccanismi più subdoli e invisibili alle stesse pay TV e contro cui il blocco dell’IP è inutile.

Le innovazioni dei pirati

Ad oggi però non si vende più il Pezzotto, ma direttamente le chiavi digitali per sbloccare gli streaming legali anche a chi non si è abbonato. In sostanza, le organizzazioni criminali vendono le chiavi di decriptazione che sono riusciti a “crackare” direttamente dai servizi legali, che spesso usano sistemi datati. Questo permette ai clienti dei pirati di vedere la partita direttamente dal servizio legale, rimanendo completamente invisibili agli stessi fornitori del servizio, del tutto identici ai clienti reali. 

Le armi che servono 

L’unica soluzione a portata di mano è passare al sistema più evoluto di crittografia dei video, già presente in commercio e già utilizzato dalle piattaforme, e abbandonare in maniera completa le crittografie già crackate. L’unica controindicazione è che i clienti sarebbero costretti, con smartphone o smart TV più vecchie, a cambiare il dispositivo o dotarsi di un apposito decoder che possa decodificare la più sicura crittografia. Certamente questo può portare nell’immediato a meno abbonamenti, ma se si tiene alla tutela dei propri diritti, così costosamente acquistati, questo è lo strumento più efficace e meno invasivo.

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