C’è un passaggio, dentro una recente determina dirigenziale del Comune di Ardea, che racconta bene tutta la complessità – e forse anche le contraddizioni – della vicenda usi civici nel territorio rutulo. È la determina n°1116 del 26 maggio 2026, con cui il Comune ha disposto la liquidazione degli usi civici gravanti su un terreno situato ad Aprilia, al foglio 115 particella 967, a favore di una proprietaria privata.
Tradotto dal linguaggio amministrativo: il terreno viene “liberato” dai diritti collettivi storicamente appartenenti alla comunità di Ardea, dietro pagamento di un capitale di affrancazione, praticamente una tassa, pari a 765 euro.
Ma la questione è molto più ampia di una semplice pratica catastale.
Gli usi civici sono diritti collettivi antichissimi. Nascono secoli fa e consentivano alle comunità locali di utilizzare alcuni terreni per pascolo, raccolta della legna, semina o altri bisogni comuni. Non appartenevano al singolo cittadino ma all’intera collettività. Nel tempo molti di questi terreni sono stati occupati, venduti, edificati o trasformati urbanisticamente, senza che però la questione giuridica venisse realmente risolta.
Ed è proprio qui che iniziano i problemi.
La normativa oggi prevede che un terreno gravato da uso civico possa essere “liquidato” o “affrancato”, cioè liberato dal vincolo, attraverso un procedimento amministrativo e il pagamento di una somma stabilita dall’ente competente. Tuttavia, negli anni, attorno agli usi civici di Ardea si sono accumulate sentenze, interpretazioni contrastanti e conflitti tra cittadini, Comune e Regione Lazio.
Con questa determina da una parte il Comune affranca il terreno dagli usi civici di pascolo, legnatico e semina. Dall’altra però specifica che il vincolo paesaggistico resta comunque esistente anche dopo la liquidazione, richiamando la legge 168 del 2017 e l’articolo 142 del Codice dei beni culturali. In sostanza: il terreno viene liberato dagli usi civici effettivi, ma non completamente dagli effetti giuridici che ne deriverebbero.

Una distinzione tecnica, certo, ma che per molti cittadini rischia di apparire poco comprensibile.
C’è poi un altro passaggio particolare. La proprietaria, per ottenere lo svincolo, si impegna formalmente a non avviare azioni giudiziarie contro Comune o Regione qualora future sentenze dovessero stabilire la non esistenza degli usi civici sull’area. Un inciso che fotografa bene il clima di incertezza che ancora aleggia sulla materia.
Perché il nodo politico e amministrativo resta sempre lo stesso: se gli usi civici esistono ancora, in che misura incidono sui terreni? E soprattutto, con quali criteri vengono affrontate le singole pratiche?
Negli ultimi anni il tema è esploso soprattutto nelle zone di Ardea e delle Salzare, dove migliaia di cittadini vivono da decenni in immobili sorti su aree interessate da vecchi diritti civici. Alcuni procedimenti vengono chiusi con affrancazioni, altri finiscono in tribunale, altri ancora restano sospesi in una sorta di limbo amministrativo.
La determina pubblicata dal Comune sembra confermare una linea: procedere caso per caso, attraverso liquidazioni individuali. Ma è proprio questo approccio frammentato che continua ad alimentare dubbi e tensioni.
Per molti residenti, infatti, manca ancora una visione organica e definitiva capace di chiarire una volta per tutte quali terreni siano realmente gravati da uso civico, quali possano essere regolarizzati e quali invece no.
Nel frattempo le pratiche continuano ad accumularsi tra uffici comunali, Regione, perizie tecniche e contenziosi. E il rischio è che la materia resti comprensibile soltanto agli addetti ai lavori, mentre migliaia di cittadini continuano a vivere nell’incertezza su case e terreni che abitano da anni.